1-IL MONTE CIRCEO
Sulla costa meridionale della regione laziale, a picco sul mare, si erge isolato un promontorio ricoperto della tipica macchia mediterranea: il Monte Circeo.
Le onde del Mar Tirreno, abbattendosi
mugghiose sui suoi fianchi, ne hanno forgiato l’aspetto in mille anfratti e
misteriose caverne, in infinite cale, calette e precipizi paurosi, plasmandone
da sempre il destino.
Al navigante che ne scorge il profilo,
il promontorio sembra sorgere direttamente dalle acque. Solo a poche centinaia
di metri dalla costa, infatti, appaiono i cordoni della duna sabbiosa che
trattengono la montagna alla terra ferma, così che, sino a quel momento, essa
crea veramente l’illusione di un’isoletta sperduta nel mare infinito. Dal
cielo, invece, la sua forma sembra simile ad una grande falce rocciosa o ad una
gigantesca virgola di basalto, ai margini della terra ma ai confini col mare,
con il lato convesso rivolto a mezzogiorno e quello concavo a nord.
E al viaggiatore che percorre la pianura
pontina, infine, la forma del Monte Circeo rassomiglia al profilo di un volto
umano, a quello di uno stanco vecchio che, solitario, mediti da tempo
immemorabile sulle vicende umane.
Così mi apparve la prima volta, in una
calda estate, quando, poco più che ragazzo, percorrevo la Statale Pontina sull’automobile
di mio padre, diretti verso una spiaggia laziale alla ricerca di svago, e fui
preso dall’insopprimibile desiderio che un giorno quel grande volto di pietra
mi narrasse la sua storia e me ne svelasse i misteri.
* * *
Il freddo geografo ci insegna che il
Promontorio del Circeo è un complesso calcareo dove prevalgono i calcari
bianchi e cristallini, con evidenti fenomeni di carsismo, lungo circa sei
chilometri e largo in media due, con andamento Ovest-Nord Ovest/Est-Sud Est.
Dal topografo apprendiamo che tre sono
le sue cime principali: la vetta di Paola (471 m.), il picco di Circe (541
metri e massima elevazione), la punta del Semaforo o Monte Circello (448 m.).
Altre due sono le alture minori: cima Cretarossa (419 m.) e la punta dell’Acropoli
o delle Crocette (352 m.). A queste si aggiungono i tre colli che, stretti
quasi uno addosso all’altro sul lato est del promontorio, fanno sì che il
Circeo, visto dal cielo, assomigli ad una gigantesca virgola piuttosto che ad
una semplice mezzaluna: il Peretto, il Monticchio e il Guardia d’Orlando.
Le grotte che il mare ha scavato lungo i
fianchi del monte sono numerose e famose, soprattutto per l’appassionato di
studi preistorici: la Grotta Guattàri, la Grotta del Fossellone, la Grotta
delle Capre, la Grotta Breuil. Ma ve n’è una che, per la sua conformazione, ha
colpito ancora l’immaginazione del navigante: la Grotta dell’Impiso. In essa,
una stalattite che scende dall'alto, dà l’idea del cadavere di un uomo
impiccato (“Impiso”), specialmente al tramonto, quando il gioco delle ombre e
dei riflessi del mare stimolano maggiormente la fantasia.
Anche altre grotte hanno nomi
affascinanti: la grotta del Presepe, per le figure create dalle filtrazioni di
carbonato di calcio; la grotta Azzurra, un piccolo antro invaso dal mare e dai
riflessi verde-azzurrini; le Cinque Grotte o “le Cattedrali”, fessure emergenti
che ricordano l’archivolto gotico. Infine un’ultima grotta, accessibile
esclusivamente dal mare, prende il nome dalla misteriosa maga Circe, ed è quella
che, secondo gli antichi, la maga indicò al navigatore Ulisse perché vi
ricoverasse la nave.
Il Circeo, secondo i geologi, è
costituito quasi interamente da materiale calcareo; tra le sue rocce, affiorano
un po’ dappertutto le concrezioni di un particolare tipo di alabastro bianco e
cristallino.
Formatosi circa 180 milioni di anni fa,
il monte, in quei tempi remoti, faceva parte di un unico enorme blocco con la
catena dei monti Lepini ed Ausoni, dai quali si staccò circa 20 milioni di anni
fa, grazie a una gigantesca frattura della crosta terrestre o, secondo altri,
per un semplice distacco e successivo scorrimento sugli strati più fluidi
dell'odierna pianura pontina. Da allora, il promontorio ha vissuto svariate
vicende geologiche, collegate, più che altro, alle periodiche glaciazioni che
hanno tormentato l’intero pianeta.
In quel periodo che va dai sette ai due
milioni di anni fa, il Circeo era sommerso dal mare sino agli attuali 110 metri
di altezza; lo testimoniano i fossili marini che si trovano a tale altitudine.
Successivamente, quindi, la montagna dovrebbe aver subito un innalzamento di un
centinaio di metri.
Nell’ultimo periodo interglaciale, e
cioè circa 130.000 anni fa, il livello delle acque, anche se inferiore a quello
dell’epoca di cui abbiamo accennato sopra, era pur sempre di una
quindicina-ventina di metri più alto dell'attuale: fu in tale epoca che
l’erosione del mare scavò le numerose caverne che caratterizzarono da allora il
promontorio laziale.
Con l’approssimarsi dell’ultima era glaciale
(75.000 anni fa) le acque si ritirarono e lasciarono scoperti ampi territori
attorno al Monte Circeo; un’immensa pianura comprendente una fascia di molti
chilometri al largo della costa attuale si formò attorno alla montagna,
popolata dapprima da una fauna calda: elefanti, ippopotami, rinoceronti,
pantere leoni, cervi, cavalli e buoi, prede di caccia dei bellicosi Neanderthal
abitatori delle grotte; successivamente, con l’abbassarsi della temperatura, la
fauna calda fu sostituita da quella fredda (stambecchi, asini e capre
selvatiche) e comparve l’Homo Sapiens.
Il disgelo (18.000-12.000 anni fa) provocò l’innalzamento del mare sino ai livelli attuali; parte delle acque, però, stagnarono attorno al promontorio e formarono quelle grandi, spettacolare e temibili al tempo stesso, a tratti impenetrabili paludi pontine, definitivamente bonificate e prosciugate soltanto un sessantennio fa.
Non è difficile immaginare quale fosse
l’aspetto dell’attuale pianura, in età protostorica (neolitico ed età del
bronzo), ricoperta di paludi. Lorenzo Quilici le ha definite: “Un unico immenso
lago che andava da Cori a Terracina” 1). Le attuali curve topografiche di livello ci fanno
dedurre che la palude più profonda ricopriva, con tutta probabilità, le zone
più vicine ai Monti Lepini, mentre le parti verso il mare, più alte, dovevano
essere a tratti paludose, ma in gran parte ricoperte di foresta. I laghi
costieri esistevano già, molto più abbondanti di acque dei nostri giorni, e
formavano sicuramente un unico bacino comunicante in qualche modo con le paludi
più profonde, oltre la foresta. In ogni caso, la palude pontina non doveva
spingersi più a nord del Fiume Astura, che già allora scorreva dai Monti Lepini
sino al piccolo promontorio omonimo.
* * *
Il promontorio del Circeo è
tradizionalmente diviso in quattro zone denominate “quarti”: quarto caldo (a
sud), quarto freddo (a nord), quarto temperato (a ovest), quarto comunale (a
est).
La flora del monte 2) differisce
nettamente tra il quarto caldo (secco, battuto dai venti di mezzogiorno carichi
di salsedine) e il quarto freddo (settentrionale e umido), i principali. Il
primo è dominato dalla macchia mediterranea, alternata a radure erbacee. Essa è
in prevalenza bassa nelle zone prossime al mare, con presenza del rosmarino,
del leccio a cespuglio, del lentisco olivastro, dell’erica multi flora e del mirto; alta o mista nelle zone più
elevate: ivi prevale il leccio, in un consorzio vegetale ove è presente anche
il corbezzolo, l’orniello, il ginepro fenicio, il terebinto, il lauro, e ancora
il lentisco e il rosmarino. Elemento tipico del versante caldo è inoltre la
palma nana, che attecchisce anche in rocce elevate. E’ l’unica palma di questo
tipo che cresca spontaneamente in Europa.
Sul versante del quarto freddo vegeta la
foresta mediterranea, rappresentata principalmente dal leccio, ma che ospita, alla base del monte, anche numerosi
individui di carpino nero, di roverella e di farnetto, un consistente numero di
piante di olmo, e una sughereta di circa venticinque ettari, alle falde del
monte stesso; la macchia mediterranea,
tuttavia, non manca nemmeno su questo versante, con la presenza dell’orniello,
del corbezzolo, dell’erica arborea, e del lauro.
Abbandonata, nei primi anni settanta, la
pratica del taglio a ceduo, effettuato in media ogni quindici anni, essendo
venute meno le esigenze di legnatico della popolazione, oggi la foresta cresce
rigogliosa e compatta, minacciata unicamente dagli incendi, talvolta anche
rovinosi, provocati dalla disattenzione, dalla colpa o dal dolo dell’uomo.
Interessante, in entrambi i versanti, la
presenza delle violacciocche, delle bocche di leone e delle savonine
selvatiche, che tingono di viola e rosso la roccia calcarea, e dell’euforbia
velenosa, che Teofrasto identificava con l’omerica erba Moly, materiale
principale dei filtri velenosi ed allucinanti della tremenda maga Circe 3) .
La fauna che al giorno d’oggi frequenta
il promontorio è essenzialmente alata: lo sparviero, il falco pellegrino, il
gheppio, la ghiandaia, il tordo, la beccaccia, il merlo, il passero, e il
rondone, che a volte si vede puntare ad altissima velocità contro la roccia,
per infilarsi nello stretto buco scelto per fargli da ricovero, ed arrestarsi
spettacolarmente all’istante, prima dell’impatto temuto. Sono numerose anche le
colonie di gabbiani.
Negli anni settanta qualche esemplare di
barbagianni, col suo verso caratteristico, provocò involontariamente il
formarsi dell’ultima leggenda del Monte Circeo: quella del misterioso “respiro”
della montagna, che poteva essere ascoltato nelle ore notturne, in una
particolare valletta poco oltre il paese di San Felice.
Purtroppo, da alcuni decenni non
nidifica più il mitico capovaccaio, il rapace protagonista dei vaticini degli
Etruschi e degli stessi Romolo e Remo, vittima illustre dei bocconi avvelenati
dei proprietari delle lussuose villette del quarto caldo. Hanno resistito ai
bocconi avvelenati solo alcuni esemplari di volpi, e qualche rara colonia di
cinghiali, mentre è scomparso da tempo il cervo cacciato da Ulisse, che, sino
al secolo scorso, si rifugiava nella torre marina (Cervia) a cui ha dato il
nome.
Per tutelare tale incredibile ambiente
naturale, nel 1934 è stato istituito il Parco Nazionale del Circeo,
comprendente anche 3500 ettari di foresta demaniale costiera, residuo
dell’antica selva di Terracina. Qui hanno trovato rifugio la maggioranza dei
cinghiali e il resto dei mammiferi di piccola taglia: la martora
(reintrodotta), la puzzola, la volpe, la lepre, la donnola, la faina, il tasso
e l’istrice. In un’area destinata a riserva integrale vive una colonia
(importata) di circa duecento daini. Numerosissima la fauna alata, soprattutto
rapace. Nella foresta, soprattutto nei mesi invernali, non è difficile
imbattersi nelle cosiddette “piscine”, residui dell’antica palude prosciugata
dall’uomo negli anni trenta del ventesimo secolo.
Nel 1975 sono entrati a far parte del
Parco Nazionale anche i laghi di Fogliano, dei Monaci, di Caprolace e di
Sabaudia, e così il Parco oggi comprende ben 500 ettari di zone umide e di duna
sabbiosa (quest’ultima già compresa nei confini originari del parco). Sono,
forse, le aree biologicamente e naturalisticamente più interessanti dell’intero
territorio protetto. In esse sono state individuate ben 220 specie di uccelli,
anche rare, tra cui sono menzionabili il cavaliere d’Italia, l’airone rosso e
cenerino, il germano reale, il falco pescatore, il falco di palude, il
cormorano, il piviere, il martin pescatore.
Dal 1979, anche l’isola di Zannone,
nell’arcipelago pontino, fa parte del Parco Nazionale.