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1-IL MONTE CIRCEO

 

Sulla costa meridionale della regione laziale, a picco sul mare, si erge isolato un promontorio ricoperto della tipica macchia mediterranea: il Monte Circeo.

Le onde del Mar Tirreno, abbattendosi mugghiose sui suoi fianchi, ne hanno forgiato l’aspetto in mille anfratti e misteriose caverne, in infinite cale, calette e precipizi paurosi, plasmandone da sempre il destino.

Al navigante che ne scorge il profilo, il promontorio sembra sorgere direttamente dalle acque. Solo a poche centinaia di metri dalla costa, infatti, appaiono i cordoni della duna sabbiosa che trattengono la montagna alla terra ferma, così che, sino a quel momento, essa crea veramente l’illusione di un’isoletta sperduta nel mare infinito. Dal cielo, invece, la sua forma sembra simile ad una grande falce rocciosa o ad una gigantesca virgola di basalto, ai margini della terra ma ai confini col mare, con il lato convesso rivolto a mezzogiorno e quello concavo a nord.

E al viaggiatore che percorre la pianura pontina, infine, la forma del Monte Circeo rassomiglia al profilo di un volto umano, a quello di uno stanco vecchio che, solitario, mediti da tempo immemorabile sulle vicende umane.

Così mi apparve la prima volta, in una calda estate, quando, poco più che ragazzo, percorrevo la Statale Pontina sull’automobile di mio padre, diretti verso una spiaggia laziale alla ricerca di svago, e fui preso dall’insopprimibile desiderio che un giorno quel grande volto di pietra mi narrasse la sua storia e me ne svelasse i misteri.

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Il freddo geografo ci insegna che il Promontorio del Circeo è un complesso calcareo dove prevalgono i calcari bianchi e cristallini, con evidenti fenomeni di carsismo, lungo circa sei chilometri e largo in media due, con andamento Ovest-Nord Ovest/Est-Sud Est.

Dal topografo apprendiamo che tre sono le sue cime principali: la vetta di Paola (471 m.), il picco di Circe (541 metri e massima elevazione), la punta del Semaforo o Monte Circello (448 m.). Altre due sono le alture minori: cima Cretarossa (419 m.) e la punta dell’Acropoli o delle Crocette (352 m.). A queste si aggiungono i tre colli che, stretti quasi uno addosso all’altro sul lato est del promontorio, fanno sì che il Circeo, visto dal cielo, assomigli ad una gigantesca virgola piuttosto che ad una semplice mezzaluna: il Peretto, il Monticchio e il Guardia d’Orlando.

Le grotte che il mare ha scavato lungo i fianchi del monte sono numerose e famose, soprattutto per l’appassionato di studi preistorici: la Grotta Guattàri, la Grotta del Fossellone, la Grotta delle Capre, la Grotta Breuil. Ma ve n’è una che, per la sua conformazione, ha colpito ancora l’immaginazione del navigante: la Grotta dell’Impiso. In essa, una stalattite che scende dall'alto, dà l’idea del cadavere di un uomo impiccato (“Impiso”), specialmente al tramonto, quando il gioco delle ombre e dei riflessi del mare stimolano maggiormente la fantasia.

Anche altre grotte hanno nomi affascinanti: la grotta del Presepe, per le figure create dalle filtrazioni di carbonato di calcio; la grotta Azzurra, un piccolo antro invaso dal mare e dai riflessi verde-azzurrini; le Cinque Grotte o “le Cattedrali”, fessure emergenti che ricordano l’archivolto gotico. Infine un’ultima grotta, accessibile esclusivamente dal mare, prende il nome dalla misteriosa maga Circe, ed è quella che, secondo gli antichi, la maga indicò al navigatore Ulisse perché vi ricoverasse la nave.

Il Circeo, secondo i geologi, è costituito quasi interamente da materiale calcareo; tra le sue rocce, affiorano un po’ dappertutto le concrezioni di un particolare tipo di alabastro bianco e cristallino.

Formatosi circa 180 milioni di anni fa, il monte, in quei tempi remoti, faceva parte di un unico enorme blocco con la catena dei monti Lepini ed Ausoni, dai quali si staccò circa 20 milioni di anni fa, grazie a una gigantesca frattura della crosta terrestre o, secondo altri, per un semplice distacco e successivo scorrimento sugli strati più fluidi dell'odierna pianura pontina. Da allora, il promontorio ha vissuto svariate vicende geologiche, collegate, più che altro, alle periodiche glaciazioni che hanno tormentato l’intero pianeta.

In quel periodo che va dai sette ai due milioni di anni fa, il Circeo era sommerso dal mare sino agli attuali 110 metri di altezza; lo testimoniano i fossili marini che si trovano a tale altitudine. Successivamente, quindi, la montagna dovrebbe aver subito un innalzamento di un centinaio di metri.

Nell’ultimo periodo interglaciale, e cioè circa 130.000 anni fa, il livello delle acque, anche se inferiore a quello dell’epoca di cui abbiamo accennato sopra, era pur sempre di una quindicina-ventina di metri più alto dell'attuale: fu in tale epoca che l’erosione del mare scavò le numerose caverne che caratterizzarono da allora il promontorio laziale.

Con l’approssimarsi dell’ultima era glaciale (75.000 anni fa) le acque si ritirarono e lasciarono scoperti ampi territori attorno al Monte Circeo; un’immensa pianura comprendente una fascia di molti chilometri al largo della costa attuale si formò attorno alla montagna, popolata dapprima da una fauna calda: elefanti, ippopotami, rinoceronti, pantere leoni, cervi, cavalli e buoi, prede di caccia dei bellicosi Neanderthal abitatori delle grotte; successivamente, con l’abbassarsi della temperatura, la fauna calda fu sostituita da quella fredda (stambecchi, asini e capre selvatiche) e comparve l’Homo Sapiens.

Il disgelo (18.000-12.000 anni fa) provocò l’innalzamento del mare sino ai livelli attuali; parte delle acque, però, stagnarono attorno al promontorio e formarono quelle grandi, spettacolare e temibili al tempo stesso, a tratti impenetrabili paludi pontine, definitivamente bonificate e prosciugate soltanto un sessantennio fa.

Non è difficile immaginare quale fosse l’aspetto dell’attuale pianura, in età protostorica (neolitico ed età del bronzo), ricoperta di paludi. Lorenzo Quilici le ha definite: “Un unico immenso lago che andava da Cori a Terracina” 1). Le attuali curve topografiche di livello ci fanno dedurre che la palude più profonda ricopriva, con tutta probabilità, le zone più vicine ai Monti Lepini, mentre le parti verso il mare, più alte, dovevano essere a tratti paludose, ma in gran parte ricoperte di foresta. I laghi costieri esistevano già, molto più abbondanti di acque dei nostri giorni, e formavano sicuramente un unico bacino comunicante in qualche modo con le paludi più profonde, oltre la foresta. In ogni caso, la palude pontina non doveva spingersi più a nord del Fiume Astura, che già allora scorreva dai Monti Lepini sino al piccolo promontorio omonimo.

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Il promontorio del Circeo è tradizionalmente diviso in quattro zone denominate “quarti”: quarto caldo (a sud), quarto freddo (a nord), quarto temperato (a ovest), quarto comunale (a est).

La flora del monte 2) differisce nettamente tra il quarto caldo (secco, battuto dai venti di mezzogiorno carichi di salsedine) e il quarto freddo (settentrionale e umido), i principali. Il primo è dominato dalla macchia mediterranea, alternata a radure erbacee. Essa è in prevalenza bassa nelle zone prossime al mare, con presenza del rosmarino, del leccio a cespuglio, del lentisco olivastro,  dell’erica multi flora e del mirto; alta o mista nelle zone più elevate: ivi prevale il leccio, in un consorzio vegetale ove è presente anche il corbezzolo, l’orniello, il ginepro fenicio, il terebinto, il lauro, e ancora il lentisco e il rosmarino. Elemento tipico del versante caldo è inoltre la palma nana, che attecchisce anche in rocce elevate. E’ l’unica palma di questo tipo che cresca spontaneamente in Europa.

Sul versante del quarto freddo vegeta la foresta mediterranea, rappresentata principalmente  dal leccio, ma che ospita, alla base del monte, anche numerosi individui di carpino nero, di roverella e di farnetto, un consistente numero di piante di olmo, e una sughereta di circa venticinque ettari, alle falde del monte stesso;  la macchia mediterranea, tuttavia, non manca nemmeno su questo versante, con la presenza dell’orniello, del corbezzolo, dell’erica arborea, e del lauro.

Abbandonata, nei primi anni settanta, la pratica del taglio a ceduo, effettuato in media ogni quindici anni, essendo venute meno le esigenze di legnatico della popolazione, oggi la foresta cresce rigogliosa e compatta, minacciata unicamente dagli incendi, talvolta anche rovinosi, provocati dalla disattenzione, dalla colpa o dal dolo dell’uomo.

Interessante, in entrambi i versanti, la presenza delle violacciocche, delle bocche di leone e delle savonine selvatiche, che tingono di viola e rosso la roccia calcarea, e dell’euforbia velenosa, che Teofrasto identificava con l’omerica erba Moly, materiale principale dei filtri velenosi ed allucinanti della tremenda maga Circe 3) .

La fauna che al giorno d’oggi frequenta il promontorio è essenzialmente alata: lo sparviero, il falco pellegrino, il gheppio, la ghiandaia, il tordo, la beccaccia, il merlo, il passero, e il rondone, che a volte si vede puntare ad altissima velocità contro la roccia, per infilarsi nello stretto buco scelto per fargli da ricovero, ed arrestarsi spettacolarmente all’istante, prima dell’impatto temuto. Sono numerose anche le colonie di gabbiani.

Negli anni settanta qualche esemplare di barbagianni, col suo verso caratteristico, provocò involontariamente il formarsi dell’ultima leggenda del Monte Circeo: quella del misterioso “respiro” della montagna, che poteva essere ascoltato nelle ore notturne, in una particolare valletta poco oltre il paese di San Felice.

Purtroppo, da alcuni decenni non nidifica più il mitico capovaccaio, il rapace protagonista dei vaticini degli Etruschi e degli stessi Romolo e Remo, vittima illustre dei bocconi avvelenati dei proprietari delle lussuose villette del quarto caldo. Hanno resistito ai bocconi avvelenati solo alcuni esemplari di volpi, e qualche rara colonia di cinghiali, mentre è scomparso da tempo il cervo cacciato da Ulisse, che, sino al secolo scorso, si rifugiava nella torre marina (Cervia) a cui ha dato il nome.

Per tutelare tale incredibile ambiente naturale, nel 1934 è stato istituito il Parco Nazionale del Circeo, comprendente anche 3500 ettari di foresta demaniale costiera, residuo dell’antica selva di Terracina. Qui hanno trovato rifugio la maggioranza dei cinghiali e il resto dei mammiferi di piccola taglia: la martora (reintrodotta), la puzzola, la volpe, la lepre, la donnola, la faina, il tasso e l’istrice. In un’area destinata a riserva integrale vive una colonia (importata) di circa duecento daini. Numerosissima la fauna alata, soprattutto rapace. Nella foresta, soprattutto nei mesi invernali, non è difficile imbattersi nelle cosiddette “piscine”, residui dell’antica palude prosciugata dall’uomo negli anni trenta del ventesimo secolo.

Nel 1975 sono entrati a far parte del Parco Nazionale anche i laghi di Fogliano, dei Monaci, di Caprolace e di Sabaudia, e così il Parco oggi comprende ben 500 ettari di zone umide e di duna sabbiosa (quest’ultima già compresa nei confini originari del parco). Sono, forse, le aree biologicamente e naturalisticamente più interessanti dell’intero territorio protetto. In esse sono state individuate ben 220 specie di uccelli, anche rare, tra cui sono menzionabili il cavaliere d’Italia, l’airone rosso e cenerino, il germano reale, il falco pescatore, il falco di palude, il cormorano, il piviere, il martin pescatore.

Dal 1979, anche l’isola di Zannone, nell’arcipelago pontino, fa parte del Parco Nazionale.